Venerdì 11 luglio, ore 21.15
SPELLBOUND DANCE COMPANY
Carmina Burana
(Parco
Villa Solaria)
Regia e coreografia di Mauro Astolfi
Musiche di Karl Orff, V. Caracciolo (da “Passione Medioevale”),
A. Vivaldi (da “Dixit dominus”)
Danzatori: Alessandra Chirulli, Angelo Venneri, Maria Cossu,
Gianmaria Giuliattini, Marianna Ombrosi, Silvia Rizzo, Sofia
Barbiero, Francesco Gammino, Camilla Brezzi
Disegno Luci di Marco Policastro
Scenografie di Stefano Mazzola
Costumi di Sandro Ferrone - Roma, Halfon - Roma
Link video http://youtube.com/watch?v=12cFN3G0S-Q
I Carmina burana vennero ritrovati, numerosissimi
(più di trecento componimenti di vario genere), in un manoscritto
dell’abbazia di Benediktbeuren, da cui presero il nome. Vengono
fatti risalire per la maggior parte al secolo XIII, quando
non era troppo difficile, viaggiando per la Germania e la
Sassonia, imbattersi nei goliardi (da cui il nome
dato dalla tradizione italiana agli studenti universitari,
che in realtà hanno poco o nulla da spartire con i loro omonimi
medievali) o più propriamente clerici vagantes,
letterati girovaghi studiosi della tradizione poetica greca
e latina, cantori del vino, delle donne, del vagabondaggio
e del gioco. Poesia burlesca, impudente, sovversiva: si parla
senza troppi veli del corpo e della sua quotidiana avventura,
se ne esplicano con gioia le funzioni, non si guarda all’altrove.
Tace il linguaggio della ratio, si dimentica il decorum e
si osa persino irridere audacemente al divino con le cosiddette
‘kontrafakturen’, ossia travestimenti di inni e
motivi religiosi in canti profani che suonano come parodia
degli evangeli, delle formule di confessione e delle litanie. Eros,
dunque,riassorbe thanatos, l’homo faber si
trasforma in homo ludens.
“Venus me telo vulneravit / aureo, quod cor
penetravit”… “Venere mi ha colpito con una freccia d’oro,
che mi è penetrata nel cuore”: il corpo (a differenza di
quello dei dannati nei ‘Giudizi universali’ della pittura
medievale che non conosce alcuna floridezza nella resurrezione,
soltanto degradazione, pustole e infermità), non è mai detto
animale, basso, ‘sozzo’, bensì viene innalzato, liberato
e goduto, come nei versi di Ovidio, Marziale e Catullo. Da
questo curioso magma di scurrilità plebea e raffinatezza
cortigiana Mauro Astolfi trae – o per meglio dire, deduce
in piena libertà, senza alcuna intenzione filologica – una
coreografia tutta giocata tra ‘larghi’ e ‘sfrenatezze’ (del
resto, è un artista a cui il ritmo ‘medio’ poco o nulla si
addice) che agisce lo spazio quasi a volerlo contestare,
divisa essenzialmente in tre momenti che scandiscono un crescendo
liberatorio: si passa da una brutale aggressione (stupro?)
sotto il cupo rombare della pioggia battente a una parte
irriverente e grottesca che allude alle giullarate, per culminare
infine nell’incendium cupiditatum, lo scatenamento
delle passioni, che avviene nella taberna (qui anche
- come spesso anticamente - bordello), luogo di appagamento
degli istinti primari… Due i simboli chiave di questo balletto,
calati in un’atmosfera inquietantemente metafisica: un grande
armadio (visto, si direbbe, con gli occhi dell’infanzia
che tutto colorano di mistero) e una tavola. Il primo (in
cui i corpi dei ballerini si vanno quasi a riporre come abiti
frusti), luogo di memorie, di segreti di ‘scheletri’ ipocritamente
celati; la seconda, altare sacrificale della terrena voluptas,
imbandita di corpi esibiti come cibarie tentatrici (Gola
e Lussuria, essendo due vizi capitali, sono figli della medesima
cova)…
‘Carmina burana’, dunque, come temerario ‘grido’
del dissenziente che si pone di fronte all’ ‘infrazione’
senza soverchia paura e al tabù con il palese desiderio di
infrangerlo sfidando consapevolmente censure e anatemi, giocando
a carte scoperte la quotidiana partita contro la morte, recuperando
il caos di Pan attraverso l’armonia di Orfeo, accettando
la realtà senza spiritualizzarla, magari sconfinando nella
‘trivialità’ e nell’ ‘osceno’… Non si aspettano futuri compensi,
ma si vive nell’oggi, riconoscenti a divinità dal volto pagano
che non minacciano castighi e non promettono compensi oltre
ciò che può dare l’immediata contingenza: non dèi, ma più
familiari demoni, da cui lasciarsi possedere e invasare,
come Eros, il quale, a dire di Platone, “è un demone grande”,
e come tutto ciò che è demoniaco è “qualcosa di mezzo tra
il dio e il mortale”.
Riccardo Reim
Biglietti: intero € 20,00 – ridotto € 18,00
speciale studenti fino a 21 anni € 12,00
(dietro presentazione della tessera d’iscrizione)
Prevendita: Circuito Box Office 055.210804
Apertura cassa: un’ora prima dell’inizio
dello spettacolo
Informazioni:
Florence Dance Festival - Borgo della Stella 23/R - tel.
055/289276
www.florencedance.org
info@florencedance.org
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